MERCATI APERTI SI’ MA A CONDIZIONI EQUE
L’accordo commerciale tra Unione europea e Paesi del Mercosur (Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay) rappresenta uno dei più ampi trattati di libero scambio mai negoziati dall’UE. Per valutarne l’impatto sull’Italia è necessario distinguere tra effetti macroeconomici complessivi ed effetti settoriali, in particolare sul comparto agricolo.
L’agricoltura italiana contribuisce per meno del 2% al PIL e per circa 3–4% dell’occupazione, ma ha una forte rilevanza territoriale. È caratterizzata da un tessuto produttivo molto frammentato, con una prevalenza di imprese di piccola dimensione e con scarsa capacità di assorbire shock competitivi.
Gli effetti dell’accordo non sono uniformi: alcuni comparti risultano più esposti alla pressione della concorrenza internazionale, altri meno direttamente coinvolti.
Osservare l’accordo UE–Mercosur dall’Agro Pontino significa farlo da un territorio che vive di agricoltura reale, fatta di imprese, investimenti, lavoro e filiere integrate. Qui l’agroalimentare non è uno slogan: è una delle colonne dell’economia locale e un presidio sociale che regge occupazione, reddito e coesione.
Per questo, il nostro giudizio non può essere ideologico. Non è nel DNA di Confagricoltura opporsi ai mercati aperti in quanto tali. Al contrario: molte delle nostre imprese competono, esportano e investono proprio grazie all’apertura commerciale. Ma apertura non può significare asimmetria, né tantomeno competizione su basi diseguali.
Un’agricoltura che compete, ma non sullo sconto delle regole
L’agricoltura pontina è un’agricoltura moderna, intensiva di conoscenza e capitale. Le aziende hanno sostenuto negli anni costi importanti per adeguarsi a standard europei sempre più elevati: ambientali, sanitari, fitosanitari, sul lavoro. Sono costi che incidono sui margini, ma che rappresentano anche un valore per il consumatore e per il sistema Paese.
È da qui che nasce la principale istanza di Confagricoltura:
la reciprocità
Non una parola d’ordine astratta, ma una condizione economica essenziale. Se i prodotti che entrano nel mercato europeo non sono sottoposti a regole comparabili, il rischio non è la concorrenza, ma la distorsione competitiva. E a pagarne il prezzo sono proprio le imprese che rispettano le regole.
Nel Pontino gli effetti del Mercosur non sarebbero generalizzati, ma mirati.
La zootecnia bovina, in particolare, è esposta a pressioni sui prezzi di riferimento: non tanto per i volumi in arrivo, quanto per il confronto con sistemi produttivi che operano con costi strutturalmente più bassi. In un comparto dove la redditività è già fragile, anche piccoli scostamenti di prezzo possono fare la differenza.
Lo stesso vale per alcune produzioni agricole standardizzate, dove la competizione si gioca prevalentemente sul prezzo e non sulla differenziazione, così come per il settore cerealicolo e florovivaistico. Qui l’accordo rischia di accentuare dinamiche già critiche.
Diversa è la situazione per le filiere più strutturate, integrate con la trasformazione e orientate alla qualità. Ma un territorio non vive solo di punte d’eccellenza: vive anche di quell’agricoltura “di mezzo” che garantisce continuità produttiva e occupazionale.
Confagricoltura ha riconosciuto l’importanza delle clausole di salvaguardia previste. Ma dal punto di vista delle imprese, la questione non è la loro esistenza sulla carta: è la loro efficacia concreta.
Servono: controlli rigorosi e costanti; tempi rapidi di intervento in caso di squilibri; monitoraggio reale dei flussi in ingresso.
Senza questi elementi, il rischio è che le salvaguardie restino strumenti teorici, mentre le imprese affrontano effetti reali sui mercati.
Vogliamo mercati aperti, ma con una strategia agricola chiara.
L’Agro Pontino non chiede chiusure né protezionismi di principio. Chiede una cosa più semplice e più difficile allo stesso tempo: coerenza. Se l’Europa e l’Italia scelgono la strada degli accordi commerciali, allora devono assumersi fino in fondo la responsabilità di difendere la sostenibilità economica delle imprese agricole europee.
Questo significa: garantire reciprocità reale delle regole; accompagnare i comparti più esposti; non scaricare sul territorio il costo di scelte macroeconomiche.
Il Mercosur non è una questione lontana. Le sue conseguenze, positive o critiche, si misureranno nelle aziende, nei bilanci, nei posti di lavoro. L’agricoltura pontina è pronta a fare la sua parte in un’economia aperta, ma non può competere contro modelli che abbassano l’asticella delle regole.
Noi continueremo a sostenere un’agricoltura che guarda ai mercati, ma che chiede condizioni eque. Perché senza reciprocità non c’è concorrenza, e senza concorrenza leale non c’è sviluppo duraturo.
Mauro D’Arcangeli
Direttore Confagricoltura Latina

Mercosur visto dall’Agro Pontino